16 Dicembre 2023

Cara signora, le scrivo.

Francesca Dondoli

tempo di lettura: 4 min

Foto di StockSnap da Pixabay
Lo sapevo fin dall'inizio. Come lo sapevamo tutte. Non ci ho sperato neanche un attimo nel vedere Giulia Cecchettin con la corona d'alloro in testa.

Il 20 novembre mi sfogavo così. Ma la rabbia e la frustrazione oggi sono le stesse, anche perché, dopo l'uccisione di Giulia Cecchettin, l'elenco dei femminicidi continua ad allungarsi paurosamente.

Com'è che si dice, la speranza è l'ultima a morire?!

Beh, avete ammazzato pure quella.

Perché può cambiare il set, possono cambiare gli attori, ma la storia è sempre la stessa. Peccato che non siamo al cinema.

E così, dalla prima notizia della scomparsa di Giulia con un ex fidanzato che non riusciva ad accettare la fine della loro relazione, mi chiedevo soltanto quando sarebbe stato ritrovato il suo corpo senza vita. Sapevo che sarebbe stata solo una questione di tempo, lo sentivo. Ma adesso fa comunque più male.

Da allora non riesco a pensare ad altro. Quella notte mi sono rigirata nel letto senza riuscire ad addormentarmi, tormentata da ansia e mille pensieri, ma soprattutto dal bisogno di fare qualcosa.

Ma cosa?

Da comune cittadina di questo bel paese e mondo mi sento impotente. Allora ho bisogno di dare un senso alla mia frustrazione nel modo che da sempre mi è più naturale: scrivendo.

Ne stavo parlando con mia madre quando lei, aprendo Instagram, ha visto la notizia della cattura di Filippo Turetta, “quel bravo ragazzo” che ha scambiato l'amore per possesso. Credo che a lei, in quell'istante, un po' di speranza sia tornata, perché, con un modo di fare chiaramente istintivo, ha esclamato a voce alta e con un tono di voce sollevato: «L'hanno preso!».

Eravamo in un bar. Una signora a noi sconosciuta si avvicina e ci fa: «Come? L'hanno trovato?». Così, senza bisogno di fare il nome di Filippo e senza alcun riferimento a Giulia. «Fantastico!», ho pensato , «stanotte qualcun altro si è rigirato nel letto». Mi sono sentita un po' meno sola e frustrata.

Ma il sollievo è durato poco.

«Fosse per me, lo strangolerei con le mie mani!», continua la signora con molta (e, ahimè, comprensibile) rabbia.

«Lui non se l'è tolta la vita eh?», ci chiede in maniera retorica. Sono rimasta zitta. Ed ecco tornare tutta la frustrazione iniziale. Avrei voluto (avrei dovuto!) dirle «ma davvero lei pensa di poter risolvere un problema di violenza con la violenza? Occhio per occhio, dente per dente? Guardi a cosa porta la reazione violenta! Davvero a lei sarebbe bastato il suo suicidio per sentirsi in pace?» Ma niente...

Perché Giulia Cecchettin è stata uccisa da Filippo Turetta, sì. Le botte e le coltellate, almeno, le ha sferrate lui e anch'io sono contenta che sia stato catturato. A me, però, la speranza non è comunque tornata.

Perché Giulia è stata uccisa dalla nostra cultura. È soprattutto a questo livello che dobbiamo agire, e in fretta!

Giulia è stata uccisa da questo governo come da quelli precedenti che, spesso dietro la scusa del "non si può parlare di sesso nelle scuole", non sono riusciti a portare l'educazione affettiva e sessuale nelle scuole, la cultura del rispetto per debellare quella della prevaricazione.

Dopotutto èmeglio prevenire che curare, eppure mi sembrava che ci piacessero tanto i modi di dire!

Un minuto di silenzio nelle scuole e una laurea a una ragazza già morta non possono bastare.

Giulia è stata uccisa da tutte le persone che continuano a banalizzare il problema dicendo che comunque esistono anche donne violente (che di certo è vero), negando così il fatto che la violenza maschile nei confronti delle donne è un problema sistemico e non episodico, come la violenza femminile nei confronti degli uomini.

Non mi sono mai piaciuti i numeri, ma a volte parlano più chiaro di tante parole. Possono anche andare a braccetto: è per questo che si parla di femminicidio e non di comune omicidio.

Giulia è stata uccisa da tutti quei media che in questi casi continuano a parlare di “mostri” invece che di persone comuni, creando una narrazione molto distante dalla realtà dei fatti. Questo caso ne è un palese esempio: chi dice di conoscerlo, parla di Filippo come di un normale ragazzo della sua età, non di un serial killer o di uno psicopatico.

Giulia è stata uccisa anche da tutti quei media che, sempre secondo questa logica, parlano di “raptus”, di “momento di follia” per indicare l'atto del femminicidio.

Questo caso smentisce anche questa logica: chi sta svolgendo le indagini ha trovato nel computer di Filippo mappe di luoghi dove poter fuggire. Non so a voi, ma a me, più che un raptus, sembra premeditazione.

Giulia è stata uccisa da tutti quei media che danno un volto all’assassino soltanto quando questo non è italiano, perché allora fa comodo. Come se in quel caso il fatto fosse meno grave.

Giulia è stata uccisa da tutte quelle persone che, nascondendosi dietro la scusa dell'essere contro al famigerato politically correct, lamentandosi che <<ma allora non si può più dire niente>>, non riescono a riconoscere il peso delle parole e l'importanza del rispetto dell’altro. È bene ribadirlo sempre, le parole hanno un peso.

Perché ci sono così tante parole offensive per riferirsi a una donna che ha frequentato tanti ragazzi ma non il contrario?

Perché GIULIA È STATA UCCISA DAL PATRIARCATO e da tutte le sue sfaccettature.

Quindi mi piacerebbe che, a partire da Filippo, ognuno si prendesse le proprie responsabilità. Perché, come diceva qualcuno, <<anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti>>.

E signora, ovunque lei sia, mi piace pensare che, in qualche modo, le mie parole le arriveranno. Perché il tema è troppo importante per rimanere confinato nelle chiacchiere di un bar.

 

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Francesca Dondoli

Ciao! Sono una studiosa di comunicazione, soprattutto pubblica e politica. Amo il cinema, i libri e la gentilezza. Credo nel potere delle parole.

Perché con questa spada vi uccido quando voglio

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