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31 Gennaio 2026
La Grazia di Paolo Sorrentino
(volutamente senza virgola).
Filippo Montemurro
tempo di lettura: 3 min
Non mi era mai capitato di andare
a vedere per due volte lo stesso film al cinema. Mi è successo con “La Grazia”,
il nuovo film di Paolo Sorrentino. L’ho fatto per due motivi. Il primo è
meramente venale. Ovvero perché avevo un biglietto omaggio e di conseguenza il film
l’ho visto gratuitamente la prima volta e ad un prezzo calmierato la seconda
volta. Il secondo motivo è che probabilmente ci sarei tornato comunque perché
amo il cinema di Sorrentino e i temi trattati in questo film – di cui parlerò
senza fare spoiler – sono temi che mi stanno molto a cuore e di cui spesso ho
scritto anche qui. Infatti, quello che scrivo oggi
non è una recensione del film, che
lascerebbe un po’ il tempo che trova, visto che non ho le competenze tecniche
per poterlo fare, bensì una riflessione su quello che questo film potrebbe
insegnare. “La Grazia” racconta di un Presidente della Repubblica, ormai alla
fine del suo mandato, che si trova a dover scegliere se firmare o meno la Legge
sull’Eutanasia e sul concedere la grazia a due detenuti. Mariano De Santis,
così si chiama il personaggio interpretato da un magistrale Toni Servillo, un ex
giurista, democristiano, plumbeo, grave – e infatti vorrebbe sognare l’assenza
di gravità – si trova a vedere da vicino una verità che spesso il diritto
allontana. La verità in questione riguarda il caso di Cristiano Arpa, un uomo di
70 anni che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e quello di Isa Rocca, una
donna che ha ucciso suo marito con 18 coltellate perché la torturava. Sono loro
i casi di concessione di grazia che per tutto il film sono sul tavolo del
Presidente. Un presidente vedovo, assistito da una figlia, Dorotea, che gli
pone la domanda delle domande
di chi sono i nostri
giorni?
Questa è la domanda cardine che
per tutto il film aleggia in un Quirinale sfarzoso, ma che risulta essere più
una gabbia dorata, alla fine dei conti. Figlia che è lì per ricordare a Mariano
De Santis che non esistono solo le carte, ma anche le persone. De Santis che,
però, duro come il cemento armato, risponde che la burocrazia anche se è odiata
da tutti, serve per non prendere decisioni avventate. Una durezza, quella del
Presidente, che verrà scalfita in primis dalle note di “Le bimbe piangono” di
Guè e poi dall’incontro in carcere con Cristiano Arpa, che gli rivela che della
Grazia, in fin dei conti, non se ne farebbe nulla visto che dopo una certa età
la libertà non serve a niente.
I dubbi però permangono, anche
dopo l’incontro con un inedito Papa, che seppur nero, con l’orecchino e in
sella ad un TMax, rimane paurosamente conservatore.
Come in quasi tutti i film di
Sorrentino, quello che trasuda da questo film è la ricerca della verità, il
conflitto, la solitudine e la malinconia. Un altro elemento che ho notato,
però, è anche una grande umanità che cerca di liberarsi dai paletti messi dal
diritto. Un diritto che, come dice il Generale Lanfranco Mare, ha esautorato i
militari e i politici ad avere una sensibilità. Ma non è così. Come detto prima,
non ho intenzione di fare spoiler non vi dirò se il Presidente Mariano De Santis
ha concesso la grazia a Cristiano Arpa e a Isa Rocca. Non vi dirò neanche se ha
firmato o meno la Legge sull’Eutanasia. Non solo perché sarei scortese nel
farlo, ma perché La grazia, di Paolo Sorrentino, è anche la bellezza del
dubbio.